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Messaggio Da Giovanni il Mer Feb 20, 2008 12:41 pm

4 marzo 2007
tratto da IO SONO UN DEMOCRATICO
LIBERALIZZAZIONI: OVVERO SULLA RIFORMA DELLE PROFESSIONI

Si rende sempre più necessario l’aggiornamento delle libere professioni. La disciplina degli ordini professionali risale, in gran parte, al secolo scorso e rispecchia una realtà economica e sociale completamente diversa dall’attuale. L’evoluzione interna ed internazionale di questa realtà si cumula con l’evoluzione dell’ordinamento giuridico, contrassegnata dall’appartenenza della nostra nazione alla Comunità europea e dall’affermarsi dei nuovi principi circa la tutela della concorrenza e del mercato. E’ fuor di dubbio che la competitività dei nostri professionisti a livello europeo dipenda da un rinnovamento ordinamentale, che, oltre a garantire la qualificazione professionale, assicuri, soprattutto, piena concorrenza e controllo di deontologia. E’, quindi, necessario offrire ai nostri professionisti modelli aggiornati di accesso alle libere professioni e di governo delle stesse. E’ necessario procedere a una revisione della normativa in materia di professioni intellettuali per offrire ai professionisti italiani tutti gli strumenti per affrontare la competizione. Tale revisione non può non tener conto delle nuove realtà economiche e del nuovo quadro normativo europeo.
Tra i tratti essenziali di questa necessaria riforma deve essere ricompressa la possibilità di esercitare l’attività professionale anche in modo “non regolamentato”, cioè da parte di soggetti non iscritti agli appositi albi e agli ordini. Per le professioni “non regolamentate”, infatti, l’attività professionale deve poter essere esercitata in qualunque modo, anche nella forma societaria di capitali, fosse anche quella azionaria. Gli attestati di competenza rilasciati dalle eventuali associazioni di categoria non devono essere requisito necessario per l’esercizio della professione.

Anche per le professioni già “regolamentate” si rende, però, necessaria un’intensa attività di riforma. Non si può, né si deve avere timore di mettere mano alla riforma delle professioni esistenti. Se da un lato per le “professioni emergenti” il mercato non riesce a fornire gli strumenti di tutela del cliente e si necessità di un intervento legislativo di regolazione, dall’altro, le “professioni tradizionali” limitano l’accesso alle stesse: o “guidando” la selezione dei futuri professionisti o attraverso una immotivata predeterminazione numerica. E’ indiscutibile che l’esercizio di queste pressioni ha una significativa incidenza sui diritti costituzionalmente garantiti, ma questo non può limitare, se non escludere, l’ingresso delle “nuove generazioni”, che non si devono considerare meno garantite dei principi costituzionali rispetto alle precedenti. Se non si può non immaginare, nei casi in esame, un esercizio in via esclusiva per gli iscritti agli ordini, ciò non significa che l’attuale configurazione delle “professioni già regolamentate” sia la migliore o ancora conforme ai tempi nuovi. Anzi, soprattutto nei meccanismi di selezioni dei futuri professionisti si ravvisano pratiche ed iniziative chiaramente anticoncorrenziali. Le attività riservate, seppur poche nel nostro ordinamento, non devono essere ampliate, semmai ridotte.

L’esame di Stato, troppo spesso, risulta una cooptazione da parte dei professionisti esistenti. Se l’esame di Stato deve saggiare la preparazione del “candidato”, non deve lasciare libero sfogo alla discrezionalità degli ordini professionali, che devono contribuire alla selezione, non determinarla in toto. Si deve disciplinare l’esame di Stato in modo da offrire un’uniforme valutazione su base nazionale.
Spesso il tirocinio viene utilizzato come ostacolo per l’ingresso effettivo nella professione. Deve essere reso più elastico. Non si possono lasciare i praticanti all’arbitrio dei “dominus”. Il tirocinio non deve superare i due anni e, considerata la riforma universitaria, questo deve poter coincidere con la cd. Laurea specialistica o magistrale. Questo comporta un ripensamento della riforma universitaria, in modo da offrire al laureando nei primi tre anni di studio le basi culturali necessarie per poter affrontare, nei due successivi, non solo la laurea specialistica, ma anche il tirocinio. In tal modo si abbrevierà il lungo cursus honorum cui è sottoposto il giovane italiano. Attualmente un giovane, per divenire commercialista, deve affiancare, ai cinque anni di studi universitari, tre di tirocini; un giovane praticante avvocato, due di tirocinio. E’ accettabile un sistema che impedisce ad un giovane l’ingresso nella professione prima dei 26/27 anni? Si rende più che mai necessario un sistema che permetta di conciliare tirocinio e formazione universitaria, tirocinio ed esperienze professionali nei paesi membri dell’Unione Europea, tirocinio e corsi di formazione e specializzazione. Non deve mancare, per il tirocinante, un equo compenso. Se questo rende più difficile il reperire un professionista disposto ad assumersi l’onere economico e di tempo per un tirocinante, questo può essere compensato con opportuni sgravi fiscali.
L’attività professionale è un’attività economica rilevante ai fini della crescita complessiva del sistema economico e, in quanto tale, deve essere soggetta alla disciplina della libertà di concorrenza e di scelta del cliente. Nel caso delle professioni regolamentate deve poter essere immaginata una forma “societaria” diversa dalla semplice associazione di professionisti, che assicuri una migliore rispondenza alle necessità del mercato. Non escludiamo la possibilità, per terzi, anche se non professionisti, di contribuire con semplici apporti di capitale, e la conseguente partecipazioni agli utili. Non si può pensare che il limitare, spesso arbitrariamente l’accesso alle professioni o il lasciare solo a queste la possibilità di formazione dei possibili professionisti, sia il modo migliore per riformare il mondo professionale italiano. E’ assurdo che un giovane spagnolo a solo 23 anni possa giungere in Italia e svolgere attività professionale, mentre un nostro connazionale può aver conseguito, alla stessa età, solo la laurea specialistica. E’ un’evidente violazione del principio d’uguaglianza. E’ necessario, pertanto, un serio processo di liberalizzazione della professioni, senza il quale i giovani italiani non saranno in grado di competere con i propri coetanei europei.

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Giovanni
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